L'EDITORIALE

La fragilità oltre il mito: Angelo Di Liberto e il diritto maschile al dolore

La fragilità oltre il mito: Angelo Di Liberto e il diritto maschile al dolore

Nel panorama letterario contemporaneo, dove le classifiche sono spesso dominate da narrazioni seriali o sentimentalismi di facile consumo, la figura di Angelo D

Pubblicata 26/07/2026 alle 08:49

Nel panorama letterario contemporaneo, dove le classifiche sono spesso dominate da narrazioni seriali o sentimentalismi di facile consumo, la figura di Angelo Di Liberto emerge come un’eccezione necessaria. Animatore culturale instancabile, ideatore della comunità «Billy, il vizio di leggere» e del progetto «Modus legendi», Di Liberto ha costruito negli anni un ponte solido tra la qualità editoriale e un pubblico di lettori che lui stesso definisce «consapevoli». Tuttavia, è con la sua veste di scrittore che l’autore palermitano compie l’operazione più coraggiosa: scardinare il tabù dell’impenetrabilità maschile.

Al centro della sua ultima fatica letteraria, Il fiore del ricordo (Gallucci), non c’è solo una storia di perdita, ma un’indagine profonda su quello che Di Liberto identifica come un vero e proprio «sessismo di ritorno». Secondo l’autore, la cultura patriarcale ha imposto al maschio un’armatura soffocante, quella dell’eroe d’acciaio che può combattere o proteggere, ma al quale è severamente vietato mostrare il fianco alla vulnerabilità. Mentre la sofferenza femminile è stata ampiamente esplorata e sviscerata, il dolore intimo dell’uomo eterosessuale che smarrisce se stesso dopo un lutto appare quasi come una zona d’ombra, un sentimento negato dall’immaginario collettivo.

Il protagonista del romanzo, Lauri, incarna proprio questa crisi. Attraverso la scomparsa della moglie Alma, l’uomo è costretto a un viaggio a ritroso che scardina la percezione lineare del tempo. Di Liberto gioca sapientemente con i concetti greci di Kronos e Kairos, trascinando il lettore in una dimensione dove la mancanza non è solo un vuoto affettivo, ma un enigma esistenziale. Non è un caso che tra i riferimenti dell’autore compaiano opere di confine come Scritto sul corpo di Jeanette Winterson o la poetica visionaria di Michel Gondry: l’obiettivo è spogliare l’individuo dalle etichette per arrivare alla nuda essenza della sofferenza umana.

Interessante è anche la posizione critica che Di Liberto assume nei confronti del mercato editoriale italiano. In un Paese dove le donne rappresentano la netta maggioranza dei lettori, l’industria sembra essersi piegata a una captatio benevolentiae che privilegia narrazioni rassicuranti o vittimismi di maniera. La scelta di scrivere pensando a un pubblico maschile non è un gesto di esclusione, ma un invito al ritorno: riportare gli uomini alla lettura attraverso storie che parlino della loro vera natura, priva di schermi protettivi.

Anche il metodo di lavoro di Di Liberto riflette questa ricerca di autenticità. La scrittura avviene nelle prime ore dell’alba, in un silenzio che funge da barriera contro le distorsioni del quotidiano. È in questa dimensione di isolamento quasi mistico che nascono le sue pagine, sostenute dalla fiducia di un editore come Carlo Gallucci, capace di scommettere su una letteratura che non teme di confrontarsi con l’età evolutiva e la formazione profonda dello spirito.

In definitiva, Angelo Di Liberto non ci consegna solo un romanzo, ma una riflessione urgente su cosa significhi essere uomini oggi. Ci ricorda che la vera catarsi non passa per la forza, ma per l’accettazione di quella «condizione eternamente perduta» che ci rende, finalmente, umani.