L'EDITORIALE

L’ombra del Jacaranda: Gaël Faye e l’eredità del silenzio nel Rwanda post-genocidio

L’ombra del Jacaranda: Gaël Faye e l’eredità del silenzio nel Rwanda post-genocidio

A otto anni di distanza dal successo internazionale di Piccolo paese , Gaël Faye torna a misurarsi con i fantasmi della sua terra d’origine in un nuovo, potente

Pubblicata 02/08/2026 alle 08:47

A otto anni di distanza dal successo internazionale di Piccolo paese, Gaël Faye torna a misurarsi con i fantasmi della sua terra d’origine in un nuovo, potente romanzo intitolato Jacaranda. Se l’esordio era un’immersione nostalgica e dolorosa nell’infanzia perduta, questa seconda prova letteraria si configura come una saga familiare ambiziosa che scava nelle stratificazioni del trauma e nelle difficoltà quasi insormontabili della riconciliazione.

La narrazione prende il via nell’estate del 1994 a Versailles, dove il dodicenne Milan conduce un’esistenza ovattata, tipica della borghesia francese. Suo padre è francese, sua madre, Venancia, è rwandese. Tuttavia, la tragedia che sta sconvolgendo il Rwanda in quei mesi rimane chiusa fuori dalla porta di casa, filtrata solo dai notiziari che la madre segue in un silenzio impenetrabile. Venancia non parla del passato, non spiega le ragioni del suo esilio. Il muro di riserbo crolla parzialmente solo quando Claude, un cugino ferito brutalmente a colpi di machete, viene portato in Francia per essere curato. È il primo contatto fisico di Milan con la violenza della storia, un incontro che segnerà l’inizio di una ricerca ossessiva delle proprie radici.

Il cuore pulsante del libro batte però in Rwanda, dove Milan si reca per la prima volta nel 1998, iniziando un percorso di andata e ritorno che durerà anni. A Kigali, Faye introduce figure memorabili come Eusébie, sopravvissuta e attivista per la giustizia, e il carismatico Sartre, che in un rifugio di fortuna chiamato “Le Palais” ha dato vita a una comunità di orfani che scelgono la vitalità e la musica come antidoto all’orrore. Sotto l’ombra del jacaranda che cresce nel giardino di Eusébie, Milan cerca di decifrare un alfabeto di sofferenza che appartiene alla sua famiglia da generazioni.

Uno degli aspetti più crudi e necessari dell’opera è la descrizione delle corti gacaca, i tribunali popolari all’aperto dove vittime e carnefici si sono trovati faccia a faccia per anni. Faye esplora con lucidità i limiti del perdono: può una confessione pubblica sanare una ferita così profonda? Esiste una verità condivisibile quando il vicino di casa è stato l’aguzzino dei tuoi cari? Attraverso gli occhi di Milan, il lettore scopre che il silenzio di Venancia non era solo un tratto caratteriale, ma una strategia di sopravvivenza condivisa da molti, un modo per non soccombere al peso di scoperte intollerabili.

Jacaranda non è solo un resoconto storico, ma una riflessione profonda sull’identità meticcia e sulle etichette – Tutsi, Hutu, bianco, nero, europeo, africano – che continuano a dividere l’umanità. Con una prosa densa e mai retorica, Faye ci consegna un libro senza compromessi che interroga la capacità umana di resistere e rinascere dalle ceneri, pur riconoscendo che alcune cicatrici, proprio come le radici di un vecchio albero, non smetteranno mai di scavare nel profondo.