L'EDITORIALE

L’eterna infanzia del Signor Babelsberg: la danza metafisica di Davide Cortese

L’eterna infanzia del Signor Babelsberg: la danza metafisica di Davide Cortese

Nel panorama letterario contemporaneo, spesso saturato da un realismo crudo e da cronache autobiografiche fin troppo didascaliche, la voce di Davide Cortese eme

Pubblicata 13/08/2026 alle 07:49

Nel panorama letterario contemporaneo, spesso saturato da un realismo crudo e da cronache autobiografiche fin troppo didascaliche, la voce di Davide Cortese emerge come un’anomalia preziosa. Conosciuto per la sua sensibilità visionaria e per una ricerca linguistica che affonda le radici nella poesia, Cortese torna a sfidare le coordinate del tempo e dello spazio con il suo nuovo romanzo, “Malizia Christi” (Edizioni Croce). Se con il precedente lavoro sull’infanzia diabolica di Zebù ci aveva abituati a ritmi allucinati, qui l’autore sceglie una strada diversa, muovendosi lungo il sottile confine che separa la concretezza del quotidiano dall’astrazione metafisica.

Al centro della vicenda troviamo Adam Babelsberg, un protagonista che incarna un paradosso vivente. Adam ha appena sei anni, ma la sua comunità, l’enigmatica Debrama, lo riconosce e lo onora come un adulto fatto e finito. Chiamato da tutti con deferenza «il signor Babelsberg», questo bambino-gentiluomo si muove tra le pagine con l’eleganza di un dandy d’altri tempi, l’immancabile cilindro a coronare una figura tanto bizzarra quanto autorevole. La sua non è un’infanzia convenzionale: abita in una dimora monumentale, una sorta di wunderkammer colma di rarità e volumi preziosi, circondato da un’estetica che privilegia l’arte e l’eccentricità.

La narrazione si dipana attraverso incontri che sembrano emergere da un sogno lucido. C’è il fascino per un misterioso ventriloquo e l’amore platonico e struggente per Maeva Westwood, una diva del cinema muto che sembra incarnare un ideale di bellezza fuori dal tempo. Eppure, dietro questa facciata di raffinata bizzarria, batte il cuore di un mistero: una stanza perennemente serrata a chiave, simbolo di segreti che il piccolo-grande Adam custodisce gelosamente. Cortese non si cura della coerenza lineare a cui ci ha abituati la narrativa di genere; la sua è una scrittura che procede per suggestioni, quasi fosse uno spartito musicale che richiede all’ascoltatore – o al lettore – di abbandonarsi al flusso piuttosto che cercare spiegazioni razionali.

È interessante notare come l’autore scelga di narrare il presente attraverso la lente del fantastico. In un’epoca dominata dall’iper-connessione e dalla frammentazione dell’io nei social network, Cortese sembra suggerire che l’unico modo per recuperare un senso di realtà sia paradossalmente quello di rifugiarsi nell’inesistenza o nel mito. C’è un’eco della leggerezza di Palazzeschi e delle architetture mentali di Calvino e Borges, ma declinate con una freschezza del tutto originale.

“Malizia Christi” si configura dunque come una fiaba filosofica dedicata agli adulti, un invito a riflettere sulla nostra percezione del tempo e sull’importanza di preservare uno spazio di mistero in un mondo che vorrebbe tutto trasparente e immediatamente fruibile. Con una prosa che brilla per ricercatezza senza mai risultare pesante, Davide Cortese ci regala un’opera che è, allo stesso tempo, un atto di resistenza poetica e una godibile incursione nell’immaginario più puro. Un libro che non si limita a raccontare una storia, ma ambisce a trasformare lo sguardo di chi legge.