Per oltre tre decenni, la figura di Aldo Grasso è stata associata a una poltrona, un telecomando e una penna affilata, capace di sezionare il tubo catodico con la precisione di un chirurgo. Tuttavia, limitare la sua opera alla semplice critica televisiva sarebbe un errore prospettico imperdonabile. Con l’uscita del suo ultimo saggio, «Cara televisione. Una storia d’amore e altri sentimenti», edito da Raffaello Cortina, Grasso compie un passo oltre il confine del conosciuto, trasformando la recensione in un’indagine antropologica profonda e necessaria.
Il volume non si limita a ripercorrere la storia dei palinsesti, ma funge da bussola in un momento di passaggio epocale: quello che ci ha condotto dalla centralità del focolare domestico — la televisione — alla frammentazione ossessiva degli schermi tascabili. È la cronaca di una migrazione di massa verso un altrove digitale dove il concetto stesso di osservazione critica sembra svanire, soffocato da un rumore di fondo perenne. Come sottolineato nella riflessione che accompagna l’opera, ci troviamo di fronte a un paradosso: la sovrabbondanza di strumenti di comunicazione non ha prodotto una società più consapevole, ma ha alimentato una sorta di declino cognitivo mascherato da progresso.
Uno dei temi centrali del libro è il trionfo del narcisismo digitale. Se un tempo la televisione era lo specchio in cui guardavamo il mondo, oggi lo smartphone è il palcoscenico su cui cerchiamo disperatamente di proiettare noi stessi. Grasso evidenzia come la qualità dell’informazione sia naufragata in quella che definisce «un’ignoranza wikipedica», dove la velocità della condivisione ha sostituito la profondità della comprensione. In questo oceano di contenuti effimeri, la verità diventa un accessorio secondario rispetto all’urgenza di imporre la propria opinione, gridando più forte degli altri in un vuoto pneumatico di senso.
Nonostante il cambiamento dei mezzi, i vizi dell’animo umano restano tuttavia immutati. Il saggio traccia un filo rosso che unisce le epoche: dalla suscettibilità del Quartetto Cetra negli anni Sessanta alle reazioni stizzite delle moderne star dei social o dei reality, l’ego debordante rimane il vero protagonista della scena. Ciò che è cambiato è il perimetro di questa vanità, che si è miniaturizzata per adattarsi alle dimensioni di un display da pochi pollici, diventando al contempo più pervasiva e aggressiva.
«Cara televisione» si configura dunque come un’autobiografia collettiva. Guardando in quell’abisso tecnologico che ormai assorbe gran parte delle nostre ore veglie, Grasso ci restituisce un’immagine nitida di ciò che siamo diventati. Non c’è nostalgia reazionaria nelle sue pagine, ma la consapevolezza lucida di chi, arrivato alla fine del molo, decide di continuare a camminare nell’ignoto. È un invito a non lasciarsi sommergere dal mare informe della comunicazione contemporanea, ma a navigarlo con gli strumenti della ragione e dell’ironia, gli unici in grado di salvarci dal naufragio dell’intelligenza.