L'EDITORIALE

L’urlo delle madri: il corpo come ultimo baluardo contro l’apatia del potere

L’urlo delle madri: il corpo come ultimo baluardo contro l’apatia del potere

In un'epoca in cui l'indifferenza sembra essere diventata la corazza collettiva di fronte alle tragedie globali, emerge una voce poetica e politica di rara pote

Pubblicata 24/08/2026 alle 07:04

In un’epoca in cui l’indifferenza sembra essere diventata la corazza collettiva di fronte alle tragedie globali, emerge una voce poetica e politica di rara potenza. Il progetto multidisciplinare “Madri morte madri vive” (Mrtve matere žive majke), firmato dalla poetessa Snježana Vračar Mihelač e dalla musicista Nina Kodrič, non è soltanto un’opera letteraria, ma un vero e proprio manifesto di resistenza che mette al centro il corpo femminile come campo di battaglia finale.

L’opera si apre con una notizia che scuote le fondamenta della quotidianità: le madri iniziano a rifiutare il cibo. Questo sciopero della fame non è un atto di rassegnazione, bensì una scelta radicale volta a infrangere l’apatia dilagante. Attraverso una scrittura che fonde il linguaggio clinico con la lirica del dolore, le autrici descrivono il collasso fisiologico — il calo del glucosio, il rallentamento dei reni, la degradazione muscolare — come specchio del collasso di un sistema sociale e politico ormai in decomposizione.

Il testo analizza con lucidità chirurgica le piaghe della contemporaneità. Si scaglia contro quella che definisce l’“economia del genocidio”, denunciando la corruzione, l’avidità delle corporazioni e la mania bellica del patriarcato. In questo scenario, le madri di figli morti e le madri di figli che ancora devono nascere si uniscono in una comunità connessa che rifiuta le “false speranze” e le geografie coloniali. La protesta fisica diventa l’unica risposta possibile a un mondo che sembra aver smarrito la capacità di indignarsi.

Un elemento centrale della riflessione è l’eredità materna. Il cordone ombelicale smette di essere solo un legame biologico per trasformarsi in un simbolo di trasmissione di traumi, silenzi e, infine, forza. Le autrici esplorano come le ferite passino da una generazione all’altra, ma anche come questa stessa continuità possa diventare lo strumento per smantellare il “meccanismo” del potere. La collaborazione tra Mihelač, di base a Lubiana ma radicata nello spazio post-jugoslavo, e Kodrič, attiva nella scena elettronica e queer, conferisce al progetto una dimensione collettiva e transfrontaliera.

In definitiva, “Madri morte madri vive” ci pone di fronte a una domanda brutale: cosa resta quando la parola non basta più? La risposta risiede in quei corpi che si fanno scudo, che occupano le strade e che, attraverso il loro stesso annientamento, cercano di illuminare il buio. È un invito a non distogliere lo sguardo, a riconoscere che il dolore delle madri non è un fatto privato, ma il segnale d’emergenza di una civiltà che ha bisogno, oggi più che mai, di ritrovare uno spazio sicuro e umano.