In un’epoca dominata dal pragmatismo e da una narrazione spesso appiattita sulla cronaca sociale, il dialogo tra Marino Magliani e Giuseppe Conte ci restituisce una riflessione profonda sulla necessità vitale del sogno e del mito. Al centro del confronto non c’è solo l’ultima fatica letteraria di Conte, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti poetica che sfida il grigiore del realismo contemporaneo.
La discussione prende le mosse da un interrogativo quasi brutale: è davvero necessario sognare per vivere? Per molti, la risposta risiede nella tranquilla routine dei doveri quotidiani, nell’accettazione di una realtà fatta di bollette, passeggiate e affetti semplici. Tuttavia, per Giuseppe Conte, questa dimensione puramente orizzontale non basta a definire l’essere umano. Sebbene la stragrande maggioranza delle persone si accontenti di “lasciarsi vivere”, la letteratura vera fiorisce proprio dove la realtà si incrina. Il sogno, in questa prospettiva, non è il desiderio infantile di possesso materiale, ma una faglia che si apre nel quotidiano, permettendoci di scorgere l’essenza invisibile delle cose.
Conte non risparmia critiche feroci all’attuale panorama editoriale italiano. Egli osserva con amarezza come il novantanove per cento degli scrittori odierni rifugga sistematicamente il confronto con il sacro e il simbolico, preferendo rifugiarsi in un realismo “aristotelico” e solipsistico. Secondo lo scrittore ligure, la letteratura si sta impoverendo, trasformandosi in un esercizio per mestieranti che hanno smarrito la capacità di interrogarsi sul senso ultimo dell’esistenza. È quasi paradossale, nota Conte, che oggi sia una figura pop come Vasco Rossi a cercare un senso alla vita, mentre l’intellettualità istituzionale sembra soffrire di un’allergia congenita verso ogni forma di avventura spirituale.
Il protagonista della narrazione di Conte — un uomo sconfitto, un esule che ha ridotto la propria vita all’essenziale — trova rifugio sulla spiaggia di Giardini Naxos. È qui, tra i resti di tronchi spiaggiati, che avviene il miracolo: il contatto con le divinità greche, con il mito che riemerge dalle acque della storia. Questo personaggio, che vive la sua follia come una forma di liberazione, diventa l’alter ego di un autore che si definisce un “senzatetto intellettuale”. Conte dichiara apertamente la sua distanza dal Novecento e dalle sue ideologie, scegliendo l’esilio dorato del mare come unico luogo possibile per coltivare una scrittura che sia ancora visione e trascendenza.
In conclusione, ciò che emerge dal colloquio tra Magliani e Conte è un invito a riscoprire la dimensione del sacro attraverso la parola. La scrittura non può limitarsi a documentare il mondo; deve avere il coraggio di scavarne l’ombra, di abitare il mistero e di dare voce a quel sogno adolescenziale, “ustionante e crudele”, che rimane l’unico vero motore capace di riscattare la vanità dell’esistenza. In un mondo che corre verso il nulla, il ritorno al mito non è un vezzo accademico, ma l’ultima, disperata forma di resistenza spirituale.