In un panorama letterario spesso saturato da clamori passeggeri, esiste un filone che preferisce muoversi nell’ombra, trovando la propria forza in quella che Francesco Forlani definisce la dimensione dei «poeti appartati». Tra queste voci emerge con prepotenza quella di Giovanni Laera, autore della raccolta Creanza (Marco Saya, 2026), capace di trasformare il calore abbacinante dell’estate pugliese in una riflessione profonda sulla perdita, la memoria e l’incomunicabilità.
L’opera di Laera si muove lungo il confine sottile tra la materia e lo spirito. Il componimento «Estate = morte» non è, come il titolo potrebbe suggerire, un’invettiva nichilista, bensì un’elegia strutturata in dieci stazioni di un calvario intimo. Qui, la stagione del sole non è il tempo dello svago, ma quello della «controra», un momento sospeso in cui il silenzio diventa così denso da poter essere misurato in carezze mai date. Il riferimento a Proust e al volume Sodoma e Gomorra in apertura non è casuale: stabilisce immediatamente un legame tra la memoria involontaria e il dolore fisico del ricordo, descritto come un mirto che spacca i muretti a secco.
Il cuore della poetica di Laera risiede in una lingua che è allo stesso tempo arcaica e modernissima. L’uso di termini precisi, quasi tattili — come «berze», «dimagra» o «furo» — funge da ancora contro la dispersione del senso. È una poesia che abita la «Japigia dei nervi», trasportando la geografia fisica della Puglia in una dimensione psicologica ed esistenziale. La provincia diventa così un luogo fatto di parole, dove il sole non illumina ma cancella, e dove gli occhi dei protagonisti si muovono tra «spine e sbagli».
Francesco Forlani, curatore della rubrica e intellettuale poliedrico attivo tra Parigi e l’Italia, descrive la voce di Laera come «calma ma energica». È una definizione calzante: la ritmica dei versi segue il battito di un’emozione che brucia senza divampare, aggrumandosi in immagini di straordinaria potenza visiva, come le madri che fanno piangere i figli in filastrocche o la schiena che diventa una «tempesta di libellule».
Ciò che colpisce di Creanza è il senso di perdono che attraversa il dolore. Nonostante l’equazione finale tra estate e morte, l’autore non rinuncia al tentativo di accarezzare l’altro, pur consapevole di non avere più mani per farlo. È una poesia di resistenza metafisica, che invita a non approdare nei luoghi dove i «non vivi insegnano la vita», preferendo la verità nuda di chi accetta di essere calpestato pur di non perdere la propria lingua.
In conclusione, la scoperta di Giovanni Laera conferma la vitalità di una certa editoria indipendente che, attraverso il lavoro di Marco Saya, continua a scommettere su autori capaci di abitare il silenzio. Laera ci ricorda che l’amore esiste «prima delle voci» e che, anche quando tutto sembra destinato a finire sotto i colpi di un’estate implacabile, la parola poetica resta l’unico miracolo possibile per abbassare, almeno per una sera, il rumore dell’universo.