L'EDITORIALE

Oltre il confine del sangue: la Trieste di Federica Manzon tra nostalgia e scelta

Oltre il confine del sangue: la Trieste di Federica Manzon tra nostalgia e scelta

Trieste non è mai stata una semplice coordinata cartografica, ma piuttosto uno stato dell’animo, un groviglio di lingue e un eterno ritorno. Nel suo ultimo roma

Pubblicata 11/09/2026 alle 10:55

Trieste non è mai stata una semplice coordinata cartografica, ma piuttosto uno stato dell’animo, un groviglio di lingue e un eterno ritorno. Nel suo ultimo romanzo, “Alma”, edito da Feltrinelli, Federica Manzon sceglie proprio la città giuliana come palcoscenico per un’indagine profonda sui temi dell’esilio e dell’appartenenza. Attraverso il ritorno della protagonista nei luoghi dell’infanzia durante i tre giorni della Pasqua ortodossa, l’autrice delinea un percorso che non è solo fisico, ma soprattutto identitario, muovendosi tra le ombre di un passato ingombrante e le inquietudini del presente.

Al centro della narrazione emerge una tesi affascinante: è la geografia, e non la storia, a determinare chi siamo veramente. Mentre la storia è fatta di incidenti e successioni temporali spesso subite, la geografia è l’elemento che ci abita internamente, plasmando il nostro temperamento. Per Alma, crescere su un confine significa sviluppare un’attitudine specifica verso il mondo, una sorta di irrequietezza che spinge a cercare la vita sempre altrove, in un pendolarismo perpetuo tra l’est e l’ovest. Questa nostalgia non è solo il rimpianto di ciò che è stato, ma una lacerazione costante tra il desiderio di fuga e la necessità di radicamento.

Uno dei pilastri del libro è il superamento della logica del “sangue”. In un’epoca segnata dalle cicatrici dei conflitti jugoslavi, il padre di Alma emerge come una figura cardine, capace di trasmettere un insegnamento prezioso: l’identità non deve essere una prigione ereditaria. Rifiutando le imposizioni dell’etnia, il romanzo celebra la libera scelta dei legami. In questa visione, Trieste diventa il simbolo perfetto di tale libertà, un crocevia dove il tedesco, lo slavo e il dialetto locale non si escludono a vicenda, ma si intrecciano in una lingua franca che funge da passpartout per mondi differenti.

Il legame con l’attualità si fa stringente quando lo sguardo dell’autrice si sposta sulle tragedie belliche. Attraverso il personaggio di Vili, il bambino di Belgrado cresciuto con la protagonista, Manzon invita a una riflessione necessaria sulla distinzione tra popoli e governi. Il ricordo della dissoluzione della ex Jugoslavia funge da specchio per il conflitto in corso in Ucraina, ponendo l’accento sulla tragedia di chi ama il proprio paese pur non riconoscendosi nei criminali che lo governano. È in questo spazio di resistenza umana che si intravede la possibilità di una ricostruzione futura.

In definitiva, “Alma” è un romanzo che respira l’aria dell’est, un vento seducente e inafferrabile incarnato dalla figura enigmatica del padre della protagonista. Federica Manzon ci consegna un’opera densa, che invita a riflettere su come i confini, seppur dolorosi, siano le uniche soglie attraverso cui possiamo davvero comprendere la nostra complessità. Un libro che conferma la Manzon come una delle voci più lucide nel raccontare le fratture dell’Europa contemporanea.