L'EDITORIALE

Oltre il marmo del regime: narrare l’architettura italiana tra mostre e verità storiche

Oltre il marmo del regime: narrare l’architettura italiana tra mostre e verità storiche

Raccontare l’architettura è un’impresa che oscilla costantemente tra l’estetica pura e l’esperienza sensoriale. Non è sufficiente osservare una fotografia o leg

Pubblicata 20/09/2026 alle 11:17

Raccontare l’architettura è un’impresa che oscilla costantemente tra l’estetica pura e l’esperienza sensoriale. Non è sufficiente osservare una fotografia o leggere una planimetria per comprendere un edificio; è necessario percorrerne gli spazi, sentire il mutare della luce sulle superfici e percepire il dialogo tra il costruito e il contesto urbano. Eppure, nonostante questa complessità intrinseca, il dibattito su come narrare la nostra eredità architettonica è più vivo che mai, alimentato da recenti esposizioni museali e analisi letterarie che mettono a nudo le contraddizioni del nostro Paese.

Il recente tentativo del MAXXI di Roma con la mostra dedicata alla vitalità dell’architettura italiana tra il 1946 e il 2026 ha sollevato un polverone di critiche che meritano una riflessione. L’ambizione del titolo si è scontrata, secondo molti osservatori, con una selezione di opere che appare più legata alla comodità d’archivio che a un’organica visione critica. Quando un’istituzione così prestigiosa sceglie di limitare il proprio sguardo ai documenti già in suo possesso, rischia di trasformare una retrospettiva storica in una semplice esposizione di famiglia, privando il pubblico di quella profondità necessaria per comprendere le evoluzioni sociali ed economiche che l’architettura porta con sé.

In questo panorama di narrazioni talvolta parziali, spicca il lavoro di ricerca di Gianni Biondillo, capace di scavare nelle radici del nostro passato recente per smontare i miti della cosiddetta “architettura fascista”. Attraverso un’analisi che è allo stesso tempo storica ed etica, Biondillo ci ricorda che durante il Ventennio non esisteva uno stile unico, bensì un violento scontro tra visioni opposte. Da un lato la Scuola di Milano, guidata da figure come Pagano e Persico, cercava un’apertura verso il Modernismo europeo e una razionalità che fosse, prima di tutto, un impegno civile. Dall’altro, il potere romano di Marcello Piacentini imponeva un classicismo di facciata, un “impero di cartapesta” fatto di marmi posticci e scenografie monumentali.

Il caso del Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR è emblematico: quello che oggi chiamiamo con indulgenza “Colosseo Quadrato” era per i razionalisti dell’epoca una truffa architettonica, un involucro vuoto destinato a celebrare una retorica di regime priva di sostanza tecnologica o sociale. Piacentini, con la sua influenza pervasiva, non si limitava a progettare, ma esercitava quello che è stato definito uno “stupro architettonico” sui progetti altrui, normalizzandoli secondo i gusti pomposi del potere.

Tuttavia, la lezione più importante che deriva da queste riflessioni è che l’architettura, una volta terminata, si affranca dai suoi creatori e dai loro committenti. Un edificio come il Palazzo di Giustizia di Milano, pur nato sotto l’egida di logiche di potere discutibili, oggi appartiene alla città e svolge la sua funzione civile. La sfida per chi scrive oggi di architettura è dunque questa: saper distinguere tra l’estetica del potere e la funzione per la vita, tra la celebrazione monumentale e la creazione di spazi collettivi che, nonostante le ombre del passato, continuano a ospitare il nostro presente.