L'EDITORIALE

Oltre il marchio del male: la sfida di John J. Lennon al voyeurismo del True Crime

Oltre il marchio del male: la sfida di John J. Lennon al voyeurismo del True Crime

Negli ultimi anni, il genere true crime ha smesso di essere una nicchia per appassionati di cronaca nera, trasformandosi in un fenomeno culturale globale. Dalle

Pubblicata 18/10/2026 alle 10:51

Negli ultimi anni, il genere true crime ha smesso di essere una nicchia per appassionati di cronaca nera, trasformandosi in un fenomeno culturale globale. Dalle serie Netflix ai podcast di successo, il pubblico è diventato quasi dipendente dal racconto metodico dell’orrore. Tuttavia, una voce fuori dal coro emerge proprio da dove quelle storie di solito finiscono: dalle sbarre di un carcere di massima sicurezza. John J. Lennon, detenuto a Sing Sing per omicidio, non è solo un testimone, ma un intellettuale che ha saputo trasformare la propria condanna in uno strumento di analisi critica profonda.

Nel suo nuovo libro, La tragedia del true crime (edito in Italia da Altrecose), Lennon solleva un interrogativo che scuote le fondamenta del nostro intrattenimento: cosa succede quando riduciamo un essere umano unicamente all’istante più buio della sua esistenza? La tesi dell’autore è tanto semplice quanto brutale. Mentre la società sostiene a parole di credere nella riabilitazione e nel reinserimento, l’industria dei media lavora in direzione ostinata e contraria, cristallizzando il colpevole nel ruolo eterno di «mostro» per soddisfare la curiosità morbosa degli spettatori.

Lennon parla con una cognizione di causa che nessun giornalista o criminologo può vantare. Entrato in prigione come giovane spacciatore senza prospettive, ha intrapreso un percorso di studio e scrittura che lo ha portato a firmare articoli per testate prestigiose come il New Yorker e l’Atlantic. Nel libro, egli non cerca assoluzioni né indulge in vittimismi: racconta la sua storia e quella di altri tre condannati, esplorando la complessità di vite che non possono essere riassunte in un verbale di polizia. La sua è una narrazione «dall’interno», che cerca di colmare quel vuoto lasciato dai documentari sensazionalistici, i quali spesso ignorano i decenni di vita carceraria, i conflitti interiori e la lenta, faticosa ricerca di un senso dopo il delitto.

Un aspetto centrale della critica di Lennon riguarda l’ipocrisia del sistema mediatico statunitense. L’autore nota come il true crime tenda a concentrarsi su crimini che coinvolgono persone bianche, ignorando sistematicamente le dinamiche razziali che invece dominano le statistiche della giustizia penale americana. Inoltre, riflette sull’effetto paradosso: pur vivendo in un’epoca con tassi di omicidio storicamente bassi, gli americani si addormentano ascoltando podcast di omicidi, alimentando una percezione di insicurezza che non corrisponde alla realtà, ma che spinge verso politiche sempre più punitive.

L’opera di Lennon si inserisce in una nobile tradizione letteraria che va da Truman Capote a Emmanuel Carrère, ma con un cambio di prospettiva radicale. Se Capote cercava la verità osservando gli assassini dall’esterno, Lennon scrive dalla cella accanto alla loro. Il suo obiettivo non è giustificare l’ingiustificabile, ma ricordare che la storia di un uomo non finisce nel momento in cui viene pronunciata la sentenza. In un’epoca che ci abitua a consumare il dolore altrui come un prodotto di intrattenimento, questo libro ci sfida a guardare oltre l’etichetta del «male» e a interrogarci su cosa significhi, davvero, rendere giustizia.