L'EDITORIALE

L’Eredità dell’Ombra: Viaggio nelle Radici Culturali della Destra Italiana

L’Eredità dell’Ombra: Viaggio nelle Radici Culturali della Destra Italiana

Per decenni, una narrazione consolidata ha dipinto la destra italiana come un’area politica priva di una vera impalcatura intellettuale, quasi fosse un deserto

Pubblicata 21/10/2026 alle 11:22

Per decenni, una narrazione consolidata ha dipinto la destra italiana come un’area politica priva di una vera impalcatura intellettuale, quasi fosse un deserto culturale popolato solo da nostalgia e slogan. Eppure, già nel 1973, Piero Meldini avvertiva che questa convinzione era poco più di una leggenda rassicurante per una sinistra convinta della propria superiorità etica e sapienziale. Oggi, con la destra che occupa i vertici delle istituzioni nazionali, quel dibattito torna prepotentemente attuale, spingendoci a chiederci: quali sono le basi filosofiche e simboliche su cui poggia l’attuale classe dirigente?

Il pregiudizio dell’analfabetismo culturale della destra ha spesso impedito ai suoi avversari di comprendere le ragioni di un successo che non è solo elettorale, ma radicato in un immaginario profondo. Se analizziamo la storia del pensiero conservatore, scopriamo figure di calibro europeo — da Ernst Jünger a Stefan George — che dimostrano come la “Destra” non sia affatto un monolite di ignoranza, ma un arcipelago complesso di visioni del mondo. Esiste tuttavia una tensione irrisolta: da un lato, il desiderio di accreditarsi nei luoghi dell’alta cultura; dall’altro, un complesso di esclusione che sfocia spesso in vittimismo o in tentazioni censorie.

Il lavoro recente di studiosi come Valerio Renzi mette in luce come l’identità della destra contemporanea non sia figlia diretta del fascismo mussoliniano, ma piuttosto di una rielaborazione avvenuta dopo la catastrofe del 1945. È qui che emerge la figura di Julius Evola, il vero architetto spirituale di una nuova mitologia reazionaria. Attraverso la sua influenza, gruppi come Ordine Nuovo hanno forgiato un universo fatto di elitarismo, rifiuto della modernità e spiritualismo cavalleresco, distaccandosi dal pragmatismo del Movimento Sociale Italiano per rifugiarsi in un tempo mitico e antimoderno.

Questa eredità non è un reperto archeologico. Le inchieste giornalistiche sulle organizzazioni giovanili di Fratelli d’Italia suggeriscono una sorta di doppio binario identitario. Se in pubblico si recita lo spartito del conservatorismo democratico e istituzionale, nel privato delle sezioni sopravvivono riti, letture e simbologie legate a quel mondo evoliano e tradizionalista. È una scissione necessaria alla sopravvivenza politica: l’abiura serve a governare, ma la conservazione del mito serve a mantenere unita la comunità.

Infine, non si può ignorare il tentativo di svecchiamento operato dalla “Nuova Destra” tra la fine degli anni Settanta e gli Ottanta. Con l’esperienza dei Campi Hobbit e l’adozione di linguaggi pop — dai fumetti all’ecologia — la destra ha cercato di costruire un proprio “gramscismo”, puntando all’egemonia culturale attraverso canali non convenzionali. Comprendere oggi queste “radici profonde” è l’unico modo per evitare analisi superficiali e per confrontarsi seriamente con un potere che ha smesso da tempo di sentirsi ospite sgradito nella storia d’Italia.